- Cosa s'intende per prevenzione combinata dell’HIV?
- Come si trasmette l’HIV e quali contatti non comportano rischio?
- Cosa fare subito dopo un rapporto o un contatto a rischio?
- Quanto protegge il preservativo dall’HIV?
- Quali farmaci prevengono l’HIV prima dell’esposizione?
- Perché il test HIV è uno strumento di prevenzione?
- In che modo la terapia blocca la trasmissione sessuale dell’HIV?
- Dove chiedere una consulenza personalizzata sulla prevenzione HIV?
- Domande Frequenti
La prevenzione dell’HIV non si basa su un unico metodo. Il preservativo, i farmaci preventivi, il test e la terapia antiretrovirale svolgono funzioni differenti e possono essere utilizzati anche in combinazione, tenendo conto delle caratteristiche e delle necessità del paziente.
È importante, inoltre, distinguere l’HIV dall’AIDS. L’HIV è il virus che può essere trasmesso, mentre l’AIDS rappresenta lo stadio più avanzato dell’infezione quando questa non viene trattata. Prevenire l’HIV significa quindi impedire che il virus entri nell’organismo oppure intervenire rapidamente dopo una possibile esposizione.
Nel 2024, in Italia, sono state segnalate 2.379 nuove diagnosi di HIV. Nell’87,6% dei casi la diagnosi è stata attribuita alla trasmissione sessuale, mentre il 59,9% delle persone ha scoperto l’infezione in una fase tardiva. I dati provengono dal Centro operativo AIDS dell’Istituto Superiore di Sanità che gestisce il sistema nazionale di sorveglianza dell’HIV.
In sintesi:
- Il rischio di HIV può essere abbassato attraverso l'utilizzo di preservativo, farmaci preventivi, test e altre misure adeguate alla situazione;
- Il preservativo protegge dall’HIV e riduce il rischio di altre infezioni sessualmente trasmissibili;
- La PrEP si utilizza prima di una possibile esposizione e deve essere prescritta e controllata da un medico;
- La PEP è un trattamento d’emergenza: bisogna richiederla il prima possibile e non oltre 72 ore da una potenziale esposizione;
- Il test è l’unico modo per conoscere il proprio stato HIV; il momento corretto per eseguirlo dipende dal tipo di test e dalla data dell’esposizione;
- Una persona con HIV che segue la terapia e mantiene una carica virale non rilevabile non trasmette il virus per via sessuale.
Cosa s'intende per prevenzione combinata dell’HIV?
La prevenzione combinata dell’HIV consiste nell’utilizzo di più strumenti, scelti in base al tipo di esposizione e alle esigenze del paziente. Il preservativo agisce durante i rapporti sessuali, la PrEP protegge prima di una possibile esposizione e la PEP può essere prescritta dopo un episodio a rischio.
Il test permette invece di riconoscere l’infezione e di iniziare tempestivamente la terapia. Nelle persone con HIV, il trattamento antiretrovirale può diminuire la quantità di virus nel sangue fino a renderla non rilevabile, impedendo la trasmissione per via sessuale.
| Strumento di prevenzione | Funzione principale |
| Preservativo | Riduce il contatto con i fluidi attraverso i quali può essere trasmesso l'HIV |
| PrEP | Protegge una persona senza HIV prima di possibili esposizioni |
| PEP | Può impedire lo sviluppo dell'infezione dopo una recente esposizione al virus |
| Test HIV | Consente di conoscere le proprie condizioni e di accedere alle cure |
| Terapia antiretrovirale | Sopprime il virus e, con carica virale non rilevabile, ne impedisce la trasmissione sessuale |
La strategia può cambiare nel tempo. Una persona potrebbe, per esempio, utilizzare il preservativo e valutare la PrEP durante un periodo in cui aumenta la possibilità di esposizione.

Come si trasmette l’HIV e quali contatti non comportano rischio?
L’HIV può essere trasmesso soltanto attraverso alcuni liquidi biologici: sangue, sperma, liquido pre-eiaculatorio, secrezioni vaginali e rettali e latte materno. La loro presenza, però, non determina automaticamente una trasmissione.
Affinché il virus possa entrare nell’organismo, questi liquidi devono raggiungere una mucosa, entrare in contatto con un tessuto lesionato oppure arrivare direttamente nel sangue. La pelle integra rappresenta invece una barriera efficace.
Le principali modalità di trasmissione sono:
- Rapporti anali o vaginali in assenza di misure preventive, quando la persona con HIV non ha una carica virale stabilmente soppressa;
- Condivisione di aghi, siringhe o altri strumenti attraverso i quali si iniettano sostanze;
- Impiego di strumenti contaminati e non sterilizzati per procedure che prevedono la perforazione della pelle;
- Trasmissione dalla madre al bambino durante la gravidanza, il parto o l’allattamento, in assenza di adeguate misure mediche.
Il rischio di contrarre l’HIV attraverso il sesso orale è considerato molto basso, ma può aumentare in presenza di sangue, ferite nella bocca o sui genitali e altre infezioni sessualmente trasmissibili.
| Situazioni in cui si può trasmettere l'HIV | Situazioni in cui non si trasmette l'HIV |
| Rapporti anali o vaginali nelle condizioni di rischio descritte | Abbracci, strette di mano e contatto con la pelle integra |
| Condivisione di aghi, siringhe o strumenti contaminati da sangue | Baci comuni, saliva, lacrime e sudore |
| Esposizione a sangue infetto attraverso mucose, ferite o punture accidentali | Esposizione a sangue infetto attraverso mucose, ferite |
| Trasmissione durante gravidanza, parto o allattamento | Piscine, superfici, starnuti, tosse o punture di zanzara |
L’Organizzazione mondiale della sanità conferma che l’HIV non si trasmette attraverso i normali contatti quotidiani. Anche i Centers for Disease Control and Prevention degli Stati Uniti precisano che il virus non sopravvive a lungo sulle superfici e non può riprodursi al di fuori dell’organismo umano.
Cosa fare subito dopo un rapporto o un contatto a rischio?
Dopo una possibile esposizione all’HIV, bisogna richiedere immediatamente una valutazione medica. Non è opportuno attendere né la comparsa di sintomi, in quanto l’infezione potrebbe non provocarne, né il risultato di un test eseguito autonomamente.
La profilassi post-esposizione (PEP) è un trattamento di emergenza con farmaci antiretrovirali che può impedire al virus di stabilire l’infezione. Non è necessaria dopo ogni rapporto non protetto: l’infettivologo valuta il tipo di contatto, il tempo trascorso, lo stato HIV della persona coinvolta e, se questa vive con l’HIV, la sua carica virale.
In caso di possibile esposizione è consigliabile:
- Recarsi subito al Pronto soccorso di un ospedale dotato di un reparto di Malattie infettive;
- Indicare l’orario e le caratteristiche del contatto;
- Non assumere autonomamente farmaci antiretrovirali;
- Sottoporsi ai controlli e ai test prescritti anche dopo la conclusione del trattamento.
Prima si comincia la PEP, maggiori sono le probabilità della sua efficacia. I Centers for Disease Control and Prevention statunitensi indicano 72 ore come limite massimo oltre il quale il trattamento non è generalmente raccomandato. Alcuni percorsi ospedalieri italiani adottano però una soglia più prudente: l’Azienda Ospedaliera Universitaria Integrata di Verona, per esempio, raccomanda di iniziare preferibilmente entro quattro ore e comunque non oltre 48 ore.
Se prescritta, la PEP deve essere assunta per 28 giorni, rispettando dosi e orari indicati. Il medico esegue inizialmente un test HIV per poi programmare i successivi controlli. Un risultato negativo ottenuto subito dopo il contatto, infatti, non può ancora escludere un’infezione dovuta a quella specifica esposizione.
L’importanza di non affidarsi esclusivamente alle rassicurazioni del partner emerge da una ricerca qualitativa dell'agenzia governativa britannica UK Health Security Agency. I ricercatori hanno intervistato 35 persone: 26 avevano acquisito l’HIV poco prima dell'intervista, mentre 9 avevano ricevuto una diagnosi tardiva. Lo scopo era comprendere quali ostacoli avessero impedito loro di utilizzare preservativo, PrEP, PEP o test HIV.
Tra i partecipanti figurava un uomo di età compresa tra 25 e 34 anni che aveva ricevuto da poco una diagnosi. Dopo un rapporto sessuale, il partner gli propose di recarsi in ospedale per una valutazione. L’uomo gli chiese se avesse l’HIV e, dopo essere stato rassicurato, decise di non rivolgersi ai sanitari. In questo modo perse la possibilità di verificare entro i tempi utili se vi fossero le condizioni per iniziare la PEP. Ripensando a quanto accaduto, ha raccontato: «Ho creduto alla parola del partner e non sono andato in ospedale. Avrei potuto farlo entro 72 ore, ma mi sono fidato ciecamente».
Da questa storia emerge che, spesso, la fiducia personale può portare a sottovalutare un’esposizione e a rinunciare alla valutazione medica. Il racconto, tra l'altro, non certifica che l’infezione sia avvenuta durante quello specifico rapporto e non consente di stabilire se la PEP l’avrebbe evitata. Dovrebbe, però, far comprendere perché, dopo una possibile esposizione, sia importante rivolgersi subito a un medico e lasciare allo specialista la valutazione del rischio rischio.
Quanto protegge il preservativo dall’HIV?
Il preservativo riduce in modo rilevante il rischio di trasmissione dell’HIV, purché venga utilizzato correttamente, dall’inizio alla fine del rapporto e in ogni occasione. Non offre però una protezione assoluta: un’applicazione tardiva, la rottura, lo scivolamento o un impiego discontinuo possono diminuirne l’efficacia.
Una revisione pubblicata dalla Cochrane Collaboration, organizzazione internazionale specializzata nella valutazione delle evidenze sanitarie, ha analizzato studi condotti su coppie eterosessuali nelle quali un partner viveva con l’HIV e l’altro no. L’uso del preservativo in tutti i rapporti vaginali è stato associato a una riduzione di circa l’80% delle nuove infezioni rispetto al mancato utilizzo.
Il dato va interpretato con cautela. Gli studi si basavano su quanto riferito dai partecipanti, pertanto non vi erano certezze rispetto al corretto utilizzo del preservativo in ogni occasione. Per ridurre la possibilità di errori è importante:
- Controllare la data di scadenza e l’integrità della confezione;
- Indossare il preservativo prima di qualsiasi contatto tra pene e mucose;
- Utilizzare un nuovo preservativo per ogni rapporto;
- Non indossare contemporaneamente un preservativo esterno e uno interno, perché l’attrito può favorirne la rottura;
- Impiegare con il lattice lubrificanti a base acquosa o siliconica, evitando prodotti oleosi che possono danneggiarlo;
- Sostituirlo immediatamente se si rompe o scivola.
Se il preservativo si rompe durante un rapporto potenzialmente a rischio, occorre chiedere rapidamente una valutazione medica per verificare se sia indicata la PEP.
Quali farmaci prevengono l’HIV prima dell’esposizione?
La profilassi pre-esposizione (PrEP) prevede l'utilizzo di farmaci antiretrovirali allo scopo di evitare che l’HIV si stabilisca nell’organismo dopo una possibile esposizione. È destinata alle persone che non hanno l’HIV. Richiede necessariamente prescrizione e monitoraggio medico.
Secondo HIVinfo, se seguita correttamente, la PrEP riduce di circa il 99% il rischio di acquisire l’HIV per via sessuale. Il dato non indica una protezione assoluta: l’efficacia diminuisce se non si rispettano le dosi o le date previste.
Prima di iniziare è necessario escludere un’infezione da HIV già presente. Il medico può inoltre richiedere esami specifici allo scopo di valutare la funzionalità renale, l’epatite B e le altre infezioni sessualmente trasmissibili. La PrEP, infatti, non previene gravidanza, sifilide, gonorrea, clamidia o altre infezioni sessualmente trasmesse.
In Italia sono disponibili formulazioni con caratteristiche differenti:
| Opzione | Frequenza e disponibilità in Italia |
| Emtricitabina e tenofovir disoproxil | Compresse da assumere ogni giorno secondo la prescrizione. La combinazione è rimborsata dal Servizio Sanitario Nazionale per le persone che rispettano i criteri previsti. |
| Cabotegravir a lunga durata d'azione | Una prima iniezione, una seconda dopo un mese e successivamente un’iniezione ogni due mesi. È rimborsato dal SSN per le persone eleggibili a partire dai 16 anni e viene prescritto da centri ospedalieri o infettivologi. |
| Lenacapavir a lunga durata d'azione | Compresse nei primi due giorni e un’iniezione sottocutanea all’inizio e ogni sei mesi. È autorizzato nell’Unione europea, ma al 2 settembre 2026 non risulta ancora rimborsato dal SSN per la PrEP. |
Nel marzo 2026, l’Agenzia Italiana del Farmaco, l’ente pubblico che regola medicinali, prezzi e rimborsabilità in Italia, ha approvato il rimborso del cabotegravir in classe H/RNRL. Ciò significa che il farmaco è a carico del SSN, ma deve essere prescritto da un centro ospedaliero o da uno specialista in malattie infettive secondo specifici criteri di eleggibilità.
Cos’è l’iniezione semestrale con lenacapavir?
Il lenacapavir, commercializzato nell’Unione europea con il nome Yeytuo, è un farmaco antiretrovirale a lunga durata d’azione. Si lega al capside, cioè all’involucro che protegge il materiale genetico dell’HIV.
Non si tratta di un vaccino: il farmaco non stimola il sistema immunitario a produrre una protezione permanente ma deve essere presente nell’organismo prima dell’eventuale esposizione. Nei primi due giorni si comincia con altrettante iniezioni sottocutanee e alcune compresse. Le iniezioni vengono poi ripetute ogni sei mesi nell’addome o nella coscia.
Prima di autorizzare il farmaco, i ricercatori ne hanno valutato efficacia e sicurezza attraverso due grandi studi clinici denominati PURPOSE 1 e PURPOSE 2. Il primo studio ha coinvolto ragazze adolescenti e donne in Sudafrica e Uganda. Tra le 2.134 partecipanti che hanno ricevuto il lenacapavir semestrale non è stata rilevata alcuna nuova infezione da HIV durante il periodo principale di osservazione. Altre partecipanti assumevano invece una PrEP orale quotidiana, così da permettere ai ricercatori di confrontare le diverse strategie preventive.
Nel secondo studio, i ricercatori hanno diviso i partecipanti in due gruppi di dimensioni diverse: per ogni persona assegnata alla PrEP orale, circa due ricevevano il lenacapavir semestrale. Nel gruppo trattato con lenacapavir sono state diagnosticate 2 infezioni tra 2.179 partecipanti, pari a circa lo 0,1%. Nel gruppo che assumeva ogni giorno la PrEP orale sono state rilevate 9 infezioni tra 1.086 partecipanti, pari a circa lo 0,8%. In termini più semplici, si è verificata approssimativamente un’infezione ogni mille persone nel primo gruppo e otto ogni mille nel secondo.
Questi risultati indicano che il lenacapavir offre una protezione molto elevata e hanno contribuito alla sua autorizzazione in UE. Non dimostrano però che il farmaco sia infallibile: il numero di partecipanti e la durata dello studio sono limitati e, come mostra il secondo trial, le infezioni, seppur rare, potrebbero comunque verificarsi.
La dottoressa Namrata Shah, infettivologa della Whitman-Walker Medical Clinic di Washington, ha affrontato questo tema in un’intervista pubblicata da Pharmacy Times. Il medico ha spiegato che molte persone iniziano la PrEP, ma incontrano difficoltà nel portarla avanti. Tra gli ostacoli possono esserci la necessità di assumere una compressa ogni giorno, la stanchezza legata ai farmaci, il timore che la confezione venga vista da altre persone e lo stigma associato alla prevenzione dell’HIV. Secondo la dottoressa: «Offrire alle persone scelta e autonomia può aiutare a superare i tradizionali ostacoli alla continuità. Nella prevenzione un approccio unico per tutti non funziona».
La formulazione semestrale può quindi semplificare la prevenzione per chi dimentica le compresse, desidera maggiore riservatezza o ha difficoltà a recarsi frequentemente in ambulatorio. Anche con il lenacapavir i controlli giocano un ruolo fondamentale: prima di iniziare e prima di ogni nuova somministrazione bisogna escludere un’infezione da HIV. Ricevere il farmaco quando l’infezione è già presente potrebbe favorire lo sviluppo di resistenze e rendere più complessa la scelta della terapia.
Perché il test HIV è uno strumento di prevenzione?
Il test è l’unico modo per sapere se una persona ha contratto l’HIV. In caso di positività, è possibile iniziare la terapia antiretrovirale, proteggere la propria salute e ridurre la quantità di virus nel sangue fino a renderla non rilevabile. Un risultato negativo, invece, consente di valutare con un professionista quali strumenti preventivi adottare, compresa l’eventuale PrEP.
Nessun test può rilevare l’HIV immediatamente dopo un’esposizione. Occorre considerare il periodo finestra, cioè il tempo necessario affinché il virus, un suo componente o gli anticorpi prodotti dall’organismo raggiungano quantità rilevabili.
| Tipo di test | Quando un risultato negativo è definitivo |
| Test combinato di quarta generazione su sangue. Ricerca anticorpi e antigene p24 | Dopo 40 giorni dall'ultima esposizione |
| Test di terza generazione. Ricerca soltanto gli anticorpi | Dopo 90 giorni dall'ultima esposizione |
Il portale Uniti contro l’AIDS, curato dall’Istituto Superiore di Sanità, precisa che un test di quarta generazione può iniziare a rilevare l’infezione già dopo circa due o tre settimane. In caso di risultato negativo ottenuto prima dei 40 giorni, però, potrebbe essere necessario ripetere il test per escludere l’infezione in modo definitivo.
Gli autotest disponibili in farmacia ricercano gli anticorpi e richiedono generalmente un periodo finestra di 90 giorni. Poiché esistono test rapidi con caratteristiche diverse, prima di interpretare il risultato bisogna verificare quale tipo di esame è stato utilizzato e seguire le indicazioni riportate nelle istruzioni o fornite dal centro sanitario.
Un test eseguito subito dopo un rapporto a rischio può essere utile come valutazione iniziale, ma non può escludere un’infezione causata da quell’episodio. Se l’esposizione risale a meno di 72 ore, non bisogna attendere il risultato del test ma occorre chiedere immediatamente una valutazione per la PEP.
Un risultato negativo è attendibile se il periodo finestra previsto per quel test è terminato e nel frattempo non si sono verificate altre esposizioni. Chi ha assunto la PEP o utilizza la PrEP deve rispettare il calendario di controlli indicato dal medico.
Un risultato reattivo ottenuto con un test rapido o un autotest, invece, non rappresenta ancora una diagnosi definitiva. Deve essere verificato presso una struttura sanitaria con ulteriori esami di laboratorio. In caso di conferma della positività, è consigliabile cominciare quanto prima il percorso di cura, così da controllare efficacemente l’infezione e prevenire nuove trasmissioni.
In che modo la terapia blocca la trasmissione sessuale dell’HIV?
La terapia antiretrovirale impedisce all’HIV di moltiplicarsi nell’organismo. Quando il trattamento funziona e viene assunto regolarmente, la quantità di virus nel sangue, chiamata carica virale, diminuisce fino a non essere più rilevabile dai comuni esami di laboratorio.
“Non rilevabile” non significa che l’HIV sia scomparso o che la persona sia guarita. Vuol dire che la sua quantità è così bassa da non consentire la trasmissione attraverso i rapporti sessuali. Questo principio viene espresso dalla formula U=U, dall’inglese Undetectable equals Untransmittable: non rilevabile uguale non trasmissibile.
Affinché si possa applicare il principio U=U, è necessario che vengano rispettate alcune condizioni:
- La terapia deve essere assunta secondo le indicazioni ricevute;
- Il raggiungimento della soppressione virale deve essere verificato attraverso gli esami;
- La carica virale deve rimanere stabilmente soppressa nel tempo;
- I controlli prescritti dallo specialista non vanno interrotti.
Il principio U=U si riferisce alla trasmissione sessuale dell’HIV. Non protegge dalle altre infezioni sessualmente trasmissibili e non previene una gravidanza. Per queste finalità il preservativo continua a svolgere una funzione importante.
Dove chiedere una consulenza personalizzata sulla prevenzione HIV?
La strategia preventiva più adatta dipende dal tipo e dalla frequenza delle possibili esposizioni, dal tempo trascorso dall’ultimo episodio e dalle condizioni di salute della persona. Per ricevere indicazioni personalizzate ci si può rivolgere a:
- Reparti e ambulatori ospedalieri di malattie infettive;
- Centri dedicati a HIV e infezioni sessualmente trasmissibili;
- Servizi territoriali delle ASL;
- Medici di medicina generale, che possono fornire un primo orientamento;
- Associazioni e checkpoint che offrono test, counselling e accompagnamento ai servizi sanitari.
Durante la consulenza, il professionista può valutare se e quando eseguire il test, se approfondire la presenza di altre infezioni sessualmente trasmissibili e se la PrEP può rappresentare una scelta appropriata. Prima di prescrivere un farmaco preventivo è necessario escludere un’infezione da HIV già presente e programmare gli esami e i controlli successivi.
Sul portale Uniti contro l’AIDS, realizzato dall’Istituto Superiore di Sanità, è possibile cercare le strutture che effettuano test per l’HIV e per le altre infezioni sessualmente trasmissibili. Per ulteriori informazioni è disponibile anche il Telefono Verde AIDS e Infezioni Sessualmente Trasmesse dell’Istituto Superiore di Sanità al numero 800 861 061.
Se la possibile esposizione risale a meno di 72 ore, occorre rivolgersi subito a un pronto soccorso o a un reparto di malattie infettive per valutare l’eventuale PEP.
Domande frequenti
Qual è la differenza tra HIV e AIDS?
L’HIV è il virus che attacca il sistema immunitario. L’AIDS è lo stadio più avanzato dell’infezione non trattata. Grazie alle terapie attuali, una persona con HIV può evitare la progressione verso l’AIDS.
Esiste un vaccino contro l’HIV?
No. Al momento non esiste un vaccino approvato per prevenire o curare l’HIV. Sono in corso studi su diversi candidati vaccini, ma possono essere somministrati soltanto nell’ambito di sperimentazioni cliniche
La PrEP protegge anche da sifilide, gonorrea e clamidia?
No. La PrEP previene l’HIV, ma non protegge da sifilide, gonorrea, clamidia o altre infezioni sessualmente trasmissibili. Per questo sono importanti i controlli periodici e, quando indicato, l’uso del preservativo.
La PrEP può prevenire anche una gravidanza?
No. La PrEP non è un contraccettivo e non impedisce una gravidanza. Per prevenire una gravidanza è necessario utilizzare un metodo contraccettivo adeguato.
Una persona con HIV può avere figli senza trasmettere il virus?
Sì. La terapia antiretrovirale, la soppressione della carica virale e l’assistenza specialistica durante concepimento, gravidanza, parto e alimentazione del neonato possono ridurre il rischio di trasmissione perinatale all’1% o meno.
Donare il sangue espone al rischio di contrarre l’HIV?
No. Durante la donazione vengono utilizzati aghi e materiali sterili e monouso. Il materiale impiegato per un donatore viene eliminato dopo l’uso, pertanto non può trasmettere l’HIV.
Fonti e bibliografia
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- Who.int/news-room/fact-sheets/detail/hiv-aids;
- Cdc.gov/hiv/causes/index.html;
- Cdc.gov/hivnexus/hcp/pep/index.html;
- Gov.uk/government/publications/hiv-prevention-barriers-and-facilitators-qualitative-findings/hiv-prevention-barriers-and-facilitators-findings-from-qualitative-interviews-among-people-diagnosed-with-hiv-march-2021-to-july-2022;
- Hivinfo.nih.gov/understanding-hiv/fact-sheets/pre-exposure-prophylaxis-prep;
- Aifa.gov.it/-/via-libera-cda-a-rimborsabilita-nuovi-medicinali;
- Pharmacytimes.com/view/expert-lenacapavir-shows-100-efficacy-in-key-trial-offering-transformative-twice-yearly-hiv-prevention;
- Uniticontrolaids.it/aids-ist/test/quali.argomento.aspx?arg=TLA-362DF6848761458F;
- Uniticontrolaids.it/aids-ist/test/dove.aspx;
- Salute.gov.it/new/it/tema/hiv-aids-e-infezioni-sessualmente-trasmesse/telefono-verde-aids-e-infezioni-sessualmente/.

