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Prevenzione Alzheimer: esami, attività e alimentazione consigliata


Si può prevenire l’Alzheimer?


Attualmente non c'è modo di prevenire con certezza l’Alzheimer. È più corretto parlare di riduzione del rischio: intervenire sui fattori modificabili può diminuire la probabilità di sviluppare una demenza o ritardarne la comparsa, ma non garantisce che la malattia non insorga.


in tal senso, è importante distinguere tra Alzheimer e demenza. L’Alzheimer è una specifica malattia neurodegenerativa ed è la causa più comune di demenza, mentre il termine demenza comprende diverse condizioni caratterizzate da un progressivo deterioramento delle capacità cognitive. In Italia si stima che circa 1,1 milioni di persone soffrano di demenza e che il 50-60% dei casi sia riconducibile all’Alzheimer.


Secondo il rapporto della Commissione Lancet del 2024, intervenendo nel corso della vita sui fattori di rischio potenzialmente modificabili si potrebbe prevenire o ritardare complessivamente circa il 45% dei casi di demenza. Il Ministero della Salute, invece, stima che il 39,5% dei casi di demenza sia attribuibile a fattori modificabili.


Per prevenire l'Alzheimer, dunque, è necessario mettere in atto una strategia basata sull’insieme delle abitudini e delle condizioni di salute del paziente, non su un singolo alimento, esame o comportamento.


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Quali sono i fattori di rischio dell’Alzheimer?


I fattori di rischio dell’Alzheimer si dividono in non modificabili, come l’età e la predisposizione genetica, e potenzialmente modificabili, cioè legati a condizioni di salute, abitudini e fattori ambientali sui quali è possibile intervenire.


L’età rappresenta il principale fattore di rischio non modificabile: l’Alzheimer è più frequente dopo i 65 anni, ma non costituisce una conseguenza inevitabile dell’invecchiamento. Familiarità e alcune caratteristiche genetiche possono aumentare la predisposizione ma non consentono di prevedere con certezza chi si ammalerà.


La Commissione Lancet ha individuato 14 fattori potenzialmente modificabili, organizzandoli in base alla fase della vita nella quale assumono particolare rilevanza:


Fase della vitaFattori di rischio potenzialmente modificabili
Infanzia e adolescenza
  • 1. Basso livello di istruzione
Mezza età
  • 2. Perdita dell'udito;
  • 3. Colesterolo LDL elevato;
  • 4. Ipertensione;
  • 5. Obesità;
  • 6. Diabete;
  • 7. Inattività fisica;
  • 8. Fumo;
  • 9. Consumo eccessivo di alcol;
  • 10. Depressione;
  • 11. Traumi cranici
Età avanzata
  • 12. Isolamento sociale;
  • 13. Inquinamento atmosferico;
  • 14. Problemi della vista non trattati.


La suddivisione per età indica il periodo nel quale le evidenze risultano più significative, ma non significa che questi fattori diventino irrilevanti nelle altre fasi della vita. Il rischio di demenza, infatti, si accumula nel corso degli anni e dipende spesso dall’interazione tra più condizioni.


Secondo le stime mondiali elaborate dalla Commissione Lancet del 2024, coordinata da ricercatori dell’University College London, i fattori ai quali è attribuibile la quota più elevata di casi di demenza nella popolazione sono la perdita dell’udito e il colesterolo LDL elevato, entrambi associati al 7% dei casi, seguiti dal basso livello di istruzione e dall’isolamento sociale, con il 5% ciascuno (Livingston et al., 2024; University College London).


L’Organizzazione Mondiale della Sanità include tra le condizioni associate al rischio anche ictus e disturbi del sonno. Sottolinea inoltre il ruolo delle disuguaglianze sociali, perché povertà, minore accesso all’istruzione e difficoltà nel ricevere cure possono aumentare la contemporanea esposizione a più fattori. Per questo la prevenzione non dipende soltanto dalle scelte personali, ma anche dalla possibilità concreta di accedere a controlli, trattamenti e ambienti favorevoli alla salute.


A quale età bisogna iniziare la prevenzione dell’Alzheimer?


Non esiste un’età precisa a partire dalla quale è consigliabile iniziare la prevenzione dell’Alzheimer. Cominciare presto permette di evitare che più fattori si accumulino, anche se intervenire dopo i 60 o i 70 anni può essere ancora utile.


La fase considerata particolarmente importante è la mezza età, indicativamente tra i 40 e i 65 anni. In questo periodo condizioni come ipertensione, colesterolo elevato, diabete e obesità possono contribuire al rischio di demenza negli anni successivi, anche quando non sono ancora presenti disturbi della memoria.


Fase della vitaPerché è importante
Infanzia e adolescenzaL'istruzione e le attività di apprendimento contribuiscono allo sviluppo della riserva cognitiva, cioè della capacità del cervello di compensare più a lungo eventuali alterazioni
Età adultaSi cominciano ad accumulare gli effetti legati ad abitudini e condizioni di salute
Tra 40 e 65 anniÈ una fase particolarmente importante per individuare e monitorare i fattori cardiovascolari e metabolici nonché quelli legati allo stile di vita
Dopo i 65 anniÈ ancora possibile intervenire sui fattori modificabili e prendersi cura della propria salute sul piano cognitivo, fisico e sociale


La prevenzione dell'Alzheimer di fatto dura tutta la vita: alcuni fattori agiscono già durante l’infanzia, altri assumono maggiore rilievo nella mezza età o dopo i 65 anni. Iniziare in età avanzata, però, non è inutile.


Un’indicazione interessante arriva dallo studio statunitense U.S. POINTER, pubblicato su JAMA nel 2025. La ricerca ha coinvolto 2.111 persone tra i 60 e i 79 anni considerate a rischio di declino cognitivo. Per due anni, i partecipanti hanno seguito uno dei due programmi proposti, entrambi basati su attività fisica e mentale, alimentazione, relazioni sociali e controllo della salute cardiovascolare.


I miglioramenti delle capacità cognitive sono stati osservati in entrambi i gruppi, ma sono risultati leggermente maggiori tra le persone che avevano seguito il programma più strutturato, con attività e controlli più frequenti. Lo studio non ha dimostrato che questi interventi riducano i nuovi casi di Alzheimer. Suggerisce però che anche dopo i 60 anni il cervello può beneficiare di interventi sullo stile di vita e sui fattori di rischio.


L’Istituto Superiore di Sanità segnala che l’esposizione a fattori protettivi nel corso della vita è associata a un rischio inferiore in età avanzata, anche per le persone geneticamente predisposte.


Come ridurre il rischio di Alzheimer?


Per ridurre il rischio di Alzheimer è necessario intervenire su più aspetti contemporaneamente. Le linee guida pubblicate dall’Organizzazione Mondiale della Sanità nel 2026 danno priorità ai seguenti elementi:


  • Attività fisica;
  • Stimolazione cognitiva;
  • Relazioni sociali;
  • Abolizione del fumo;
  • Diminuzione del consumo di alcol;
  • Controllo delle condizioni cardiovascolari e metaboliche;
  • Protezione dell'udito;
  • Riduzione dell'esposizione all'inquinamento atmosferico.


A sottolineare l'importanza della prevenzione è la professoressa Gill Livingston, docente di Psichiatria dell’età avanzata presso l’University College London e coordinatrice della Commissione Lancet sulla prevenzione della demenza. Intervistata dal podcast canadese Defy Dementia, ha dichiarato: «Vorrei che le persone sapessero che possono fare moltissimo per ridurre il rischio di demenza e che, anche se non tutti riusciranno a evitarla, così facendo vivranno una vita più lunga e più sana. E, per coloro che svilupperanno comunque la demenza, il periodo di malattia sarà più breve».


Fare attività fisica regolarmente


L’attività fisica protegge il sistema cardiovascolare, contribuisce al controllo del peso e del diabete e favorisce l’afflusso di sangue al cervello. Una sintesi di 58 studi, riportata dall’Alzheimer’s Society, ha rilevato che le persone fisicamente attive potrebbero presentare un rischio di demenza fino al 20% inferiore rispetto a quelle inattive. Per gli adulti, il Ministero della Salute consiglia ogni settimana:


  • Tra 150 e 300 minuti di attività aerobica moderata, come camminare a passo sostenuto, andare in bicicletta o nuotare oppure tra 75 e 150 minuti di attività intensa;
  • Esercizi per rafforzare i principali gruppi muscolari almeno due volte alla settimana.


Chi svolge una vita sedentaria può cominciare con attività brevi e aumentare gradualmente durata e intensità. In presenza di malattie croniche o limitazioni fisiche è opportuno concordare il programma con il medico.


Controllare la salute cardiovascolare e metabolica


Ciò che protegge il cuore contribuisce spesso a proteggere anche il cervello. È quindi importante controllare periodicamente:



Dormire bene e tutelare la salute mentale


Per la maggior parte degli adulti sono generalmente consigliate circa 7-9 ore di sonno, mantenendo orari il più possibile regolari. Problemi persistenti nel dormire, risvegli frequenti o un’eccessiva sonnolenza durante il giorno dovrebbero essere riferiti al medico.


Il sonno è importante per il funzionamento del cervello, ma il rapporto con l’Alzheimer non è ancora del tutto chiaro: non sappiamo con certezza se dormire poco contribuisca direttamente alla malattia oppure se le alterazioni del sonno possano rappresentarne, in alcuni casi, una manifestazione precoce.


Anche la depressione è associata a un rischio più elevato di demenza. In presenza di tristezza persistente, perdita di interesse, ansia o isolamento è importante chiedere aiuto. Curare la depressione migliora la salute e la qualità della vita, anche se non è stato dimostrato che il trattamento possa da solo prevenire l’Alzheimer.


Mantenere attivi la mente e i rapporti sociali


Leggere, studiare, imparare nuove abilità, suonare uno strumento, svolgere attività creative o partecipare a corsi può stimolare diverse capacità cognitive. Le linee guida dell’OMS includono, tra gli interventi utilizzabili nelle persone senza disturbi cognitivi o con un lieve deterioramento, sia l’allenamento cognitivo sia le attività sociali.


Anche mantenere rapporti con familiari e amici, partecipare ad attività di gruppo o fare volontariato può contrastare l’isolamento e coinvolgere contemporaneamente memoria, linguaggio, attenzione ed emozioni. Gli studi mostrano un’associazione positiva tra maggiore partecipazione sociale e salute cognitiva, ma non consentono di stabilire con certezza in che termini sia possibile ridurre il rischio.


Proteggere udito, vista e testa


La diminuzione delle capacità uditive può svilupparsi gradualmente e passare inosservata. In presenza di difficoltà nel seguire le conversazioni, soprattutto negli ambienti rumorosi, è utile sottoporsi a una visita otorinolaringoiatrica. Le linee guida dell’OMS indicano che gli apparecchi acustici possono essere proposti, quando necessari, nell’ambito delle strategie di riduzione del rischio.


Allo stesso modo è importante trattare e correggere i problemi di vista attraverso occhiali adeguati, controlli oculistici e, quando indicato, la cura di condizioni come la cataratta. È altrettanto utile ridurre il rischio di traumi cranici utilizzando casco, cintura di sicurezza e dispositivi di protezione nelle attività lavorative o sportive a rischio.


Non fumare e ridurre il consumo di alcol


Il fumo danneggia i vasi sanguigni e aumenta il rischio di ictus e malattie cardiovascolari. Smettere è utile a qualsiasi età e chi incontra difficoltà può rivolgersi al medico o a un centro antifumo. Anche il consumo eccessivo di alcol può danneggiare direttamente il cervello.


Cosa mangiare per prevenire l’Alzheimer?


Non esiste un alimento capace, da solo, di prevenire l’Alzheimer. È più utile seguire nel tempo un’alimentazione varia ed equilibrata, che aiuti a controllare pressione, colesterolo, diabete e peso corporeo: condizioni che possono influire anche sulla salute del cervello.


La dieta mediterranea è il modello più facilmente applicabile in Italia. Prevede soprattutto un consumo abituale di verdura, frutta, legumi, cereali preferibilmente integrali, frutta secca, pesce e olio extravergine di oliva, limitando carni lavorate, dolci e alimenti ricchi di grassi saturi.


La dieta MIND combina alcuni principi della dieta mediterranea con quelli della dieta DASH, elaborata originariamente per contribuire al controllo della pressione arteriosa. Attribuisce particolare importanza a verdure a foglia verde, altri ortaggi, frutti di bosco, legumi, cereali integrali, frutta secca, pesce e olio di oliva.


Una revisione sistematica pubblicata nel 2026, realizzata anche per le linee guida italiane sulla dieta mediterranea, ha analizzato 45 studi comprendenti complessivamente oltre 730.000 persone. Una maggiore aderenza a questo modello alimentare è risultata associata a una minore probabilità di Alzheimer e deterioramento cognitivo lieve. Non è stata invece rilevata un’associazione statisticamente significativa con il rischio complessivo di demenza.


Le indicazioni pratiche possono, dunque, essere riassunte in questo modo:


Alimenti da preferireAlimenti da limitare
  • Verdure varie, comprese quelle a foglia verde;
  • Frutta fresca; la dieta MIND valorizza in particolare i frutti di bosco, ma nessun frutto è “anti-Alzheimer”;
  • Legumi, come fagioli, ceci, lenticchie e piselli;
  • Pane, pasta, riso e altri cereali, preferibilmente integrali;
  • Pesce, alternato ad altre fonti di proteine;
  • Frutta secca a guscio e semi, in quantità adeguate al proprio fabbisogno calorico;
  • Olio extravergine di oliva come principale grasso da condimento;
  • Acqua come bevanda principale.
  • Prodotti fritti e piatti da fast food;
  • Dolci, merendine, biscotti e altri prodotti ricchi di zuccheri;
  • Bevande zuccherate;
  • Cereali raffinati e prodotti ultra-processati consumati frequentemente;
  • Carni lavorate, come salumi, wurstel e insaccati;
  • Consumo frequente o abbondante di carni rosse;
  • Eccesso di burro, strutto e altri grassi ricchi di acidi grassi saturi;
  • Sale in eccesso e bevande alcoliche.


Vitamine e integratori possono prevenire l’Alzheimer?


Attualmente nessuna vitamina o integratore ha dimostrato di prevenire l’Alzheimer. Anche quando alcuni studi rilevano piccoli miglioramenti nei test cognitivi, ciò non significa che il prodotto riduca il rischio di sviluppare la malattia negli anni successivi.


Le linee guida dell’Organizzazione Mondiale della Sanità del 2026 sconsigliano di assumere vitamine B ed E, omega-3 e complessi multivitaminici o minerali con il solo obiettivo di prevenire il declino cognitivo o la demenza, in assenza di una carenza diagnosticata. Le prove disponibili non mostrano infatti benefici sufficienti a compensare i possibili effetti indesiderati (OMS, 2026).


Le evidenze sui prodotti maggiormente utilizzati possono essere sintetizzate in questo modo:


Vitamina o integratoreCosa indicano le evidenze
Vitamine B6, B12 e acido folicoPossono ridurre i livelli di omocisteina nel sangue, ma non hanno dimostrato in modo conclusivo di prevenire l’Alzheimer. Devono essere utilizzate quando esiste una carenza o un’altra indicazione medica
Vitamina E e antiossidantiNon è stato dimostrato che impediscano il passaggio dal deterioramento cognitivo lieve alla demenza. Dosi elevate di vitamina E possono, anzi, aumentare il rischio di sanguinamento e interagire con alcuni farmaci
Vitamina DBassi livelli sono stati associati in alcuni studi a un maggiore rischio di declino cognitivo, ma ciò non dimostra che gli integratori prevengano l’Alzheimer. Uno studio su 2.157 persone di almeno 70 anni non ha evidenziato benefici cognitivi dopo tre anni di integrazione
Omega-3 e olio di pesceMangiare pesce può rientrare in un’alimentazione salutare, ma gli omega-3 assunti come integratori non hanno dimostrato di prevenire il declino cognitivo o l’Alzheimer
Ginkgo bilobaUn ampio studio condotto su più di 3.000 persone anziane non ha riscontrato una riduzione dei casi di demenza o Alzheimer
CurcuminaGli studi sulle persone sono ancora pochi e hanno prodotto risultati non uniformi; non è pertanto possibile attribuirle un effetto preventivo
Multivitaminici e mineraliAlcune ricerche hanno osservato modesti miglioramenti in determinati test cognitivi, ma non vi sono certezze in merito alla prevenzione dell’Alzheimer. L’OMS non ne raccomanda l’uso specifico contro la demenza in persone senza carenze
Creatina e altri prodotti per la memoriaLe prove disponibili non consentono di affermare che prevengano l’Alzheimer, anche quando vengono pubblicizzati come integratori per il cervello


Gli integratori possono essere necessari quando analisi e valutazione medica evidenziano una carenza reale, problemi di assorbimento o un fabbisogno specifico. Una carenza di vitamina B12, per esempio, può provocare confusione, difficoltà di memoria e altri disturbi neurologici e deve quindi essere riconosciuta e trattata. Correggerla permette di tutelare la salute del sistema nervoso, ma non equivale a prevenire l’Alzheimer nelle persone che presentano valori normali.


Non è quindi consigliabile assumere autonomamente dosi elevate di vitamine. Gli integratori possono causare effetti indesiderati oppure interferire con anticoagulanti, antiaggreganti e altri medicinali. Prima di utilizzarli è opportuno parlarne con il medico, soprattutto in presenza di patologie o terapie continuative.


Per la popolazione generale, il modo preferibile per assumere vitamine, minerali e sostanze antiossidanti è tramite un’alimentazione varia ed equilibrata, senza sostituirla con prodotti che promettono di proteggere la memoria o prevenire l’Alzheimer.


Come prevenire l’Alzheimer ereditario?


Non è possibile modificare i geni ereditati né prevenire con certezza una forma di Alzheimer causata direttamente da una mutazione genetica. In ogni caso, avere uno o più familiari con Alzheimer non significa necessariamente ereditare la malattia: nella maggior parte dei casi la familiarità indica soltanto una maggiore predisposizione, sulla quale possono influire anche età, condizioni di salute, ambiente e abitudini condivise.


È importante distinguere tre situazioni:


SituazioneImplicazioni
Un familiare con Alzheimer comparso dopo i 65 anniIl rischio può essere superiore rispetto a chi non ha casi in famiglia, ma la malattia non è necessariamente ereditaria
Presenza della variante APOE-e4Aumenta la predisposizione, soprattutto quando sono presenti due copie, ma non permette di prevedere con certezza se comparirà l’Alzheimer
Numerosi casi in più generazioni, spesso prima dei 65 anniPuò far sospettare una rara forma familiare causata da una specifica mutazione genetica


L’APOE-e4 è il più importante fattore genetico di rischio conosciuto per l’Alzheimer a esordio tardivo. Nonostante ciò, alcune persone che possiedono questa variante non sviluppano mai la malattia, mentre molte persone con Alzheimer non la possiedono.


Quali sono le forme realmente ereditarie?


Le forme propriamente ereditarie sono generalmente legate a mutazioni dei geni APP, PSEN1 e PSEN2. Seguono una trasmissione autosomica dominante: è sufficiente ereditare una sola copia della mutazione e ogni figlio di un genitore portatore ha il 50% di probabilità di riceverla.


Queste mutazioni sono considerate determinanti, perché chi le eredita presenta una probabilità molto elevata di sviluppare la malattia, spesso tra i 40 e i 60 anni. Sono però rarissime: secondo l’Alzheimer’s Association, sono responsabili di non più dell’1% dei casi di Alzheimer.


Anche un Alzheimer comparso prima dei 65 anni, però, non è automaticamente ereditario. Il sospetto aumenta soprattutto quando la malattia si presenta precocemente in più familiari appartenenti a generazioni successive.


Cosa può fare chi ha casi di Alzheimer in famiglia?


In presenza di familiarità è consigliabile:


  • Ricostruire quali parenti hanno ricevuto una diagnosi e a quale età sono comparsi i sintomi;
  • Informare il medico della propria storia familiare;
  • Controllare pressione, colesterolo, glicemia, peso e gli altri fattori modificabili;
  • Non fumare, svolgere attività fisica e mantenere una vita mentale e sociale attiva;
  • Richiedere una valutazione specialistica quando esistono più casi, soprattutto se comparsi prima dei 65 anni.


Il peso della familiarità emerge anche dalla storia di Phyllis Jones, 66 anni, raccolta durante l’Alzheimer’s Association International Conference 2025 e pubblicata da Being Patient, testata internazionale indipendente specializzata in informazione su Alzheimer, demenze e salute cerebrale.


Jones aveva assistito sua madre, vissuta per otto anni e mezzo con l’Alzheimer, e ricordava che anche la nonna era stata colpita dalla malattia. Questa esperienza familiare l’ha spinta a partecipare allo studio statunitense U.S. POINTER: «Avevo bisogno di trovare un modo per spezzare il ciclo generazionale della demenza nella mia famiglia». La sua storia dimostra come la presenza di più casi in famiglia possa spingere una persona ancora sana ad agire sui fattori di rischio modificabili.


Quando valutare un test genetico?


Il test genetico non è normalmente consigliato soltanto perché un genitore o un nonno ha avuto l’Alzheimer in età avanzata. Può essere preso in considerazione quando la storia familiare suggerisce una rara forma autosomica dominante, preferibilmente iniziando da un familiare che presenta la malattia.


Prima e dopo l’esame è necessaria una consulenza genetica, durante la quale vengono descritti attendibilità, limiti e possibili conseguenze del risultato anche per gli altri componenti della famiglia. L’Alzheimer’s Society indica che i test per le mutazioni responsabili della malattia sono appropriati soprattutto in presenza di un esordio molto precoce o di una chiara successione di casi in famiglia.


Quali esami fare per prevenire o individuare precocemente l’Alzheimer?


Non esiste un esame capace di prevenire l’Alzheimer o di prevedere con certezza se una persona sana svilupperà la malattia. In assenza di sintomi, i controlli più utili servono soprattutto a individuare e trattare i fattori di rischio modificabili, mentre test cognitivi, risonanza magnetica e biomarcatori vengono impiegati principalmente quando sono già presenti disturbi della memoria o altre alterazioni cognitive.


Quali controlli fare in assenza di sintomi?


Gli esami da programmare dipendono dall’età, dalla storia clinica e dai fattori di rischio individuali. Possono comprendere:


  • Misurazione della pressione arteriosa;
  • Analisi del colesterolo, con particolare attenzione al colesterolo LDL;
  • Glicemia ed eventualmente emoglobina glicata;
  • Controllo del peso e della circonferenza addominale;
  • Valutazione dell’udito e della vista;
  • Approfondimento di depressione o disturbi persistenti del sonno.


Esiste uno screening per l’Alzheimer?


Attualmente non esiste uno screening di massa dell’Alzheimer paragonabile a quelli già attivi per alcuni tumori. Non è quindi raccomandato sottoporre automaticamente tutte le persone sane a test della memoria, PET cerebrale, puntura lombare o analisi dei biomarcatori. Uno screening indiscriminato potrebbe infatti produrre falsi positivi, preoccupazione e ulteriori esami non necessari.


È diverso il caso in cui la persona, un familiare o il medico abbiano già osservato un cambiamento delle capacità cognitive: in questa situazione si parla di valutazione diagnostica precoce, non di screening.


Quali esami si fanno quando compaiono disturbi della memoria?


La diagnosi deriva dall’insieme di più valutazioni:


Esame/valutazioneA cosa serve
Colloquio clinico e valutazione delle attività quotidianePermettono di ricostruire la comparsa e l’evoluzione dei disturbi, le terapie assunte e le eventuali difficoltà nella vita quotidiana
Test cognitivi, come MMSE o MoCAValutano memoria, attenzione, linguaggio, orientamento e altre capacità
Valutazione neuropsicologicaAnalizza in modo più approfondito le diverse funzioni cognitive e il loro cambiamento nel tempo
Analisi del sangue tradizionaliServono soprattutto a ricercare altre possibili cause dei sintomi, come alterazioni della tiroide, carenza di vitamina B12, infezioni o problemi metabolici
Risonanza magnetica o TC cerebralePossono evidenziare ictus, tumori, accumulo di liquido, danni vascolari o particolari forme di atrofia cerebrale
PET cerebraleConsente di studiare il metabolismo del cervello o rilevare l’accumulo di beta-amiloide o proteina tau
Analisi del liquido cerebrospinaleAttraverso una puntura lombare misura biomarcatori come beta-amiloide e tau, contribuendo a confermare o escludere la presenza delle alterazioni biologiche dell’Alzheimer
Biomarcatori nel sanguePossono rilevare proteine associate alla malattia, ma devono essere utilizzati all’interno di una valutazione specialistica e non come test autonomi nelle persone sane


La risonanza magnetica o la TC sono utilizzate soprattutto per individuare altre cause dei sintomi e raccogliere elementi utili alla diagnosi. Anche la PET e l’esame del liquido cerebrospinale sono generalmente riservati ai casi nei quali il risultato può chiarire il quadro clinico o orientare il trattamento.


Come funzionano i nuovi esami del sangue?


I biomarcatori ematici rappresentano uno dei principali progressi nella diagnosi dell’Alzheimer. Misurano nel sangue sostanze come la tau fosforilata, in particolare p-tau217 o p-tau181, e alcune forme della beta-amiloide, associate alle alterazioni biologiche della malattia.


Nel maggio 2025 la Food and Drug Administration statunitense ha autorizzato il primo esame del sangue utile per rilevare la presenza di placche amiloidi. Il test misura il rapporto tra p-tau217 e beta-amiloide 1-42, ma è indicato per persone di almeno 55 anni che presentano segni o sintomi di declino cognitivo. Non è stato autorizzato come screening per la popolazione senza disturbi e il risultato deve essere interpretato insieme alle altre informazioni cliniche.


I nuovi esami del sangue possono quindi rendere il percorso diagnostico meno invasivo e ridurre in alcuni casi il ricorso a PET o puntura lombare, ma non permettono ancora a una persona senza sintomi di sapere con certezza se svilupperà l’Alzheimer.


Domande frequenti


Cruciverba e sudoku possono prevenire l’Alzheimer?


No. Possono mantenere la mente allenata, ma da soli non hanno dimostrato di prevenire l’Alzheimer.


Camminare ogni giorno è sufficiente per proteggere il cervello?


Camminare regolarmente è utile, ma non basta da solo. È necessario associarlo al controllo dei fattori cardiovascolari e a una vita mentale e sociale attiva.


Un apparecchio acustico può ridurre il rischio di demenza?


Può contribuire a rallentare il declino cognitivo nelle persone anziane con problemi di udito, soprattutto se già a rischio. Non garantisce però la prevenzione della demenza.


L’apnea notturna può favorire l’Alzheimer?


L’apnea notturna non trattata è associata a un rischio maggiore di declino cognitivo. Curarla migliora il sonno e la salute generale, ma non è ancora dimostrato che prevenga l’Alzheimer.


L’aspirina può prevenire l’Alzheimer?


No. L’aspirina non deve essere assunta per prevenire l’Alzheimer e può aumentare il rischio di sanguinamento.


La terapia ormonale in menopausa protegge dall’Alzheimer?


Non è dimostrato. La terapia ormonale non è raccomandata con il solo obiettivo di prevenire l’Alzheimer.


Si può impedire che il deterioramento cognitivo lieve evolva in Alzheimer?


Non sempre. L’evoluzione non è inevitabile, ma è importante individuare eventuali cause curabili, controllare i fattori di rischio e sottoporsi a monitoraggi specialistici.


Le strategie contro l’Alzheimer aiutano a prevenire anche le altre demenze?


Molte possono ridurre il rischio generale di demenza, soprattutto quella vascolare. Non tutte le forme, però, possono essere prevenute allo stesso modo.


È possibile prevenire contemporaneamente Alzheimer e Parkinson?


Non esiste una strategia capace di prevenire con certezza entrambe le malattie. Attività fisica, abolizione del fumo e controllo della salute cardiovascolare possono comunque favorire la salute cerebrale complessiva.


Perché ci si può ammalare di Alzheimer anche conducendo una vita sana?


Perché incidono anche età, predisposizione genetica e meccanismi biologici non modificabili. Uno stile di vita sano riduce il rischio, ma non può eliminarlo completamente.


Fonti e bibliografia


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